Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 015/2016  
FONTE: Focus Storia GIORNO E DATA: n° 114
PAGINA: da pag. 84 a pag. 87 AUTORE: Simone Zimbardi

 

 

La fidanzata del Monte Bianco

 

   In quei primi giorni di settembre 1838. A Chamonix, placido villaggio Alle falde del Monte Bianco, non si parlava d’altro. Una contessa francese, Henriette d’Angeville, stava per giungere in paese per tentare un’avventura temeraria: la salata del Monte Bianco. Una trentina d’anni prima un’altra donna, Marie Paradis, era arrivata sulla vetta più alta d’Europa, ma in stato semicoscente e portata a spalle dalle guide. Testarda e anche un po’ esaltata, Henriette giurò invece a se stessa che sarebbe la prima donna a farcela con le sue sole forze. Da dove veniva tanta sicurezza? Forse dal desiderio di rivalsa, oltre che da un grande amore per la montagna.
   Appassionata. Henriette era nata in Borgogna nel 1794, in pieno Terrore rivoluzionario. Gli orrori di quel periodo non avevano risparmiato la sua aristocratica famiglia: il nonno fu mandato alla ghigliottina, mentre il padre finì in prigione. Quando fu scarcerato, il conte d’Angeville si trasferì con moglie e figli in un castello di famiglia, a Lompnes, nell’attuale regione del Rodano-Alpi (Francia Sud-orientale). Qui la piccola Henriette, rimasta unica donna di casa, dopo la morte della madre, restò folgorata dalla natura e dal fascino della montagna. E fin da bambina il profilo maestoso del Monte Bianco cominciò a occupare i suoi sogni di futura alpinista: un giorno, ripeteva tra sé e sé, anche lei avrebbe esplorato quei ghiacciai.
   «Fin da giovane Henriette maturò il desiderio di cimentarsi nelle scalate, un’attività alla quale consacrò la sua intera esistenza», racconta Andine Chambord, storica del Conservatorie d’Art et d’Histoire di Annecy. «Temeraria e indipendente, non si sposò mai, forse perché la famiglia non aveva i mezzi per combinare un matrimonio vantaggioso. Sta di fatto che proprio la sua condizione di nubile le permise di assecondare in piena libertà quell’insolita passione». A quei tempi, infatti, malgrado l’alpinismo si stesse affermando sempre più come una delle novità dell’epoca, se gli uomini (soprattutto inglesi) guadagnavano fama, le donne erano davvero un’eccezione. Per i rischi, ma anche per i pregiudizi.
   ESPERIENZA SUL CAMPO. Nell’estate del 1838 Henriette aveva 44 anni, una certa esperienza d’alta quota e una sicurezza incrollabile: era giunto il momento di affrontare i 4.810 metri della”vetta d’Europa”. E così torniamo a quel settembre 1838. A dire il vero l’ascesa al Monte Bianco, fatti salvi gli abituali rischi dell’alta quota e dei ghiacci (tra l’altro all’epoca molto più estesi, come dimostrano quadri e stampe del periodo) non era un’impresa alpinisticamente impossibile. Ma di sicuro era giudicata poco adatta a una donna. Alla contesa, però, importava ben poco dell’opinione altrui. Che la deridessero pure: lei avrebbe presto dimostrato di che pasta era fatta.
   Partì con la benedizione del parroco, sei portatori e altrettante guide, capeggiate dal mineralogista Joeph-Marie Couttet. Non era uno qualunque: era stato lui, il 18 agosto 1822, a compiere la prima ascensione ufficiale al cosiddetto Monte Bianco di Courmayeur, un picco a 4.765 metri di altitudine.
   Henriette partì con un’attrezzatura a dir poco improbabile, agli occhi di un alpinista (o anche solo di un appassionato di escursionismo) di oggi: lunghi bastoni ferrati per sorreggersi, corde pesanti, niente piccozze moderne (le prime a “zappa” furono impiegate per la conquista del Cervino, nel 1865) scale di legno per superare dislivelli e crepacci. Al contrario di quanto si vede in alcune stampe dell’epoca, Henriette rinunciò alle gonne per vestire più adatti calzoni a sbuffo da uomo. Ennesima scelta che suscitò il biasimo dei benpensanti.
   «I preparativi per il viaggio e i dettagli dell’ascensione furono poi scritti da Henriette nel suo Quaderno verde, spiega Chaboud. «Si tratta di un diario redatto dopo la scalata e arricchito da illustrazioni eseguite da alcuni artisti sulla base dei racconti di Henriette. Non riuscì però a trovare un editore interessato alla pubblicazione e il libro fu stampato soltanto nel 1900, quasi trent’anni dopo la sua morte, dal Club alpino francese».
   IN MARCIA. Alle sei di mattina del 2 settembre la comitiva si mise in marcia. “Va avanti come noi e non ha paura di nulla!”, devonio aver pensato quei rudi uomini di montagna. Al Dôme du Goûter, un picco di oltre 4.300 metri, iniziarono i problemi. Il freddo si fece più intenso, la via più accidentata.
   Attraversando un ghiacciaio, Henriette rischiò seriamente di precipitare nel vuoto. Poi venne la stanchezza e più volte la contessa chiese di fermarsi a riposare. “Sta cedendo! Sta cedendo! Non porterò più donne sul Monte Bianco!”, gridava esasperato Couttet.
   Eppure mancava veramente poco al traguardo: Henriette non poteva arrendersi. E quando le guide osarono chiederle se volesse essere portata in spalla, lei sembrò riprendersi, forse punta nell’orgoglio. “Alla cima! Alla cima!”, gridò, e subito si rimise in cammino. Alle 13:25 del 3 settembre Henriette era sulla vetta del Monte Bianco: il su sogno si era avverato. Presa dell’esaltazione, si fece sollevare dalle guide per essere più alta della vetta. Ripensando poi forse a tutti quelli che l’avevano presa in giro alla vigilia della sua partenza, scrisse nella neve una frase emblematica: “Volere è potere”.
   STUPORE E OBLIO. «Rientrati a Chamonix (e anche la discesa non fu uno scherzo), Henriette fu accolta da un’atmosfera di euforico stupore: riuscire a portare a termine la scalata del Monte Bianco, a quel tempo, era una cosa estremamente rara, anche per i maschi», spiega Chaboud. «Incontrò anche Marie Paradis, che sportivamente si congratulò con lei, Henriette fu soprannominata “la fidanzata del Monte Bianco”, raccontò la sua avventura attraverso illustrazioni, articoli di giornale e conferenze, ma non divenne mai veramente famosa”.
   Passarono i mesi, poi gli anni, e di quell’impresa si perse il ricordo. La contessa d’Angeville morì nel 1871, a Losanna. Soltanto qualche anno prima, arzilla settantenne, aveva affrontato l’ultima delle sue imprese: la scalata dell’Oldenhorn, in Svizzera, un’enorme massa ghiacciata, alta circa 3.000 metri. Nessuno quella volta, aveva tentato di trattenerla.



  

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