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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 004/2018  
FONTE: Focus GIORNO E DATA: febbraio 2018
PAGINA: da 24 a 27 AUTORE: Alberto Angela

 

 

Come si amavano e si sposavano le coppie dell’antico Egitto?
 

AMORE SUL NILO
  
 

«L’amore che io bramo sta al di là del fiume. Acque turbolente ci separano, un coccodrillo si cela nelle secche. Io salto dentro il fiume e comincio a guardarlo. Non ho paura dell’acqua profonda, non temo neppure il coccodrillo». Se dobbiamo giudicare sentimenti e immaginario amoroso a partire da questa poesia, viene da pensare che, a parte la presenza dei coccodrilli, i problemi e gli aneliti del cuore sono proprio gli stessi da millenni. L’ostacolo rappresentato dal guardare il Nilo e la voglia di superarlo, l’inafferrabilità del proprio amato e allo stesso tempo la possibilità di conquistarlo: tutti sentimenti che conosciamo molto bene. Il mondo che descrivono questi papiri che sono stati ritrovati negli anni è un mondo di amanti sempre alla ricerca di luoghi in cui appartarsi, di donne che seducono e si lasciano corteggiare e uomini che propongono incontri erotici in modo singolarmente casto e delicato.
PARITÀ DEI SESSI, O QUASI.
Confrontando la letteratura erotica degli Egizi con quella dei Greci e dei Romani, abbiamo una sorpresa: nel Paese del Nilo esisteva un’iniziativa femminile in amore e anche un’immagine della donna seducente e aggressiva. Non disdegnava di giocare con l’uomo prendendo le redini del corteggiamento. Una rappresentazione letteraria che sembra corrispondere a un ruolo sociale della donna più rilevante che in altre società del passato. La donna egizia godeva di personalità giuridica, poteva stipulare contratti così come possedere delle proprietà, e poteva lavorare ricevendo lo stesso trattamento economico previsto per un uomo.
Tuttavia le disparità fra i sessi c’erano, eccome. Nel caso in cui una donna sposata non fosse riuscita ad avere figli, la sposa non solo ne portava la colpa ma era obbligata a procurare una concubina al marito, per poter garantire la progenie. Spesso costei era una schiava il cui figlio, o i figli, dovevano obbligatoriamente essere adottati dalla moglie legittima. Inoltre la moglie era chiamata all’assoluta fedeltà nei confronti del marito. Il quale al contrario aveva il diritto – non solo per procreare – di dotarsi di una o più amanti che soddisfacessero ogni suo desiderio.
A NOZZE.
Il matrimonio era la condizione naturale in ogni città o villaggio egizio e prevedeva la formazione di una “famiglia nucleare”: un uomo, una donna, dei figli. Il motivo è innanzitutto pratico: la legge proteggeva la moglie e i figli e bisognava essere davvero ricchi per poter mantenere diverse consorti con relativa prole. Ricchi come un faraone… Infatti la poligamia era prerogativa esclusiva delle classi più agitate e della famiglia reale. Matrimoni d’amore o combinati? Difficile dirlo: i reperti aiutano tutt’al più a comprendere che era d’uso chiedere il permesso ai genitori (più verosimilmente al padre) prima di sposarsi. Così come nelle società occidentali, fino a pochi decenni fa, lo sposo andava a chiedere al padre della sposa la mano della figlia. Prassi che però cambiò a partire dalla XXVI dinastia, quando si iniziano a trovare iscrizioni che testimoniano importanti cambiamenti di costume, con veri e propri contratti matrimoniali in cui sia l’uomo sia la donna esprimono il loro personale desiderio di sposare la persona amata.
UN BEL MASCHIETTO!
Ma qual era l’età giusta per sposarsi? Presto secondo la convinzione comune. L’aspettativa di vita nell’antichità non era certo paragonabile alla nostra. Meglio accasarsi presto per, dicono molte iscrizioni, “partorire un figlio maschio” che, come in quasi tutte le società (non solo
quelle antiche), era considerato preferibile rispetto alla nascita di una bambina. Il momento di guardarsi attorno alla ricerca di un coniuge, sia per l’uomo sia per la donna, coincideva quindi con l’ingresso nella pubertà. Nell’’influenzare la scelta, non mancavano anche valutazioni di tipo economico: era bene trovarsi un marito con una posizione in società e un reddito il più possibile solido, prima di fare il grande passo.
Esistono documenti che testimoniano matrimoni tra uomini molto anziani e donne molto giovani, ma normalmente gli sposi erano fra loro più o meno coetanei. E soprattutto, provenivano dallo stesso ceto sociale, sposare una schiava, per esempio, nel caso di un uomo libero era equiparabile al concubinaggio, visto che gli schiavi non avevano il diritto di contrarre un matrimonio legale.
Per la verità non si andava quasi mai a cercare molto lontano: i matrimoni, soprattutto nelle classi popolari, avvenivano spesso fra parenti, come cugini o fra zii e nipoti, ma quasi mai fra consanguinei, diversamente da quanto accadeva nella famiglia reale dove sposarsi tra fratelli e sorelle era frequentissimo. Perché? Per motivi di pantheon: secondo il mito, anche gli dei Iside e Osiride erano fratello e sorella. E sono le divinità che rappresentavano nella cultura egizia il passaggio da un’epoca oscura a una civilizzazione.
DIVORZIO ALL’EGIZIANA. I primi contratti matrimoniali scritti fanno la propria comparsa intorno al Terzo periodo intermedio (dal 1070 al 664 a. C.) e parlano di un dono che l’uomo fa alla moglie che rappresentava una specie di garanzia in caso di divorzio: dono che inizialmente veniva trasmesso in natura e successivamente diventò una promessa di pagamento, nel caso in cui le cose fra i coniugi non fossero andate troppo bene. Ma anche la donna doveva offrire delle garanzie e una sorta di risarcimento anticipato se si dimostrava una cattiva moglie. È interessante come questi contratti sembrino tutti rispondere al principio, molto pratico, secondo il quale chi ha fatto “perdere tempo” all’altro deve risarcire l’ingannato.
La società egizia non amava neppure chi creava problemi alla convivenza: sottrarre la moglie di un vicino, per esempio, comportava pene molto severe per l’uomo che si macchiava di un simile gesto. Il colpevole poteva essere frustato pubblicamente e marchiato a vita mediante il taglio delle orecchie o del naso. Stabilite regole precise – e alquanto severe – nulla vietava di godersi la condizione coniugale. Le immagini di coppie di sposi egizi giunte fino a noi ci raccontano tenerezza e affetto, con mariti che stringono la mano della sposa o mogli che circondano con il braccio il collo del partner. Ovvio che non perdessero tempo e denaro per raffigurare liti domestiche, ma si tratta comunque di un’iconografia incoraggiante.

 

IL MARITO PERFETTO
Pur in presenza di numerosi divorzi, possiamo pensare che i mariti egizi trattassero bene le proprie mogli, perlomeno se dobbiamo giudicare dalle Massime di Ptahhotep (antico testo letterario egizio), in cui si consiglia: “Ama tua moglie appassionatamente, nutrila e vestila” e “Unguenti profumati ammorbidiscano il suo corpo”, oppure dalle istruzioni di Ani che così ammonisce: “Non controllare tua moglie nella sua casa quando sai che è competente. Non dirle: ‘dov’è questo, vai a prenderlo!’. Quando lo ha già messo in ordine”.

 

 

 

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