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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di paritą
 


N° 013/2018  
FONTE: Donna Moderna GIORNO E DATA: maggio 2018
PAGINA: 42 - 43 - 44 AUTORE: Flora Casalinuovo

 

 

Le difficoltà a far funzionare bene la legge 194 ci sono, a distanza di quarant’anni molti ostacoli non sono stati superati. Esiste un boicottaggio non evidente? Forse. Ricordiamo che l’Ivg (interruzione volontaria della gravidanza) non è obbligatoria, ma è a disposizione delle donne che vogliono usarla. R.B.

 

Aborto: a che punto siamo

 

La Gazzetta Ufficiale, il 22 maggio 1978, recitava “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Ma per tutti era la legge 194, quella che depenalizzava l’aborto. E che rimane uno dei provvedimenti più osteggiati della nostra storia. Da allora ci sono stati 35 ricorsi alla Corte Costituzionale tutti respinti, e 40 anni dopo il dibattito è ancora aperto. Come succede anche in altri Paesi: il 25 maggio in Irlanda ci sarà il referendum per legalizzare l’aborto (nota della redazione: l’aborto è stato legalizzato), in Polonia le donne sono scese in piazza perché il Parlamento vuole rendere più restrittiva una norma già rigida, che ora consente solo se la madre è in pericolo di vita, è stata stuprata o il feto ha una grave malformazione. In Iowa, negli Stati Uniti, è stata invece approvata una direttiva definita “medievale”: non si potrà più intervenire dopo la 6a settimana. La nostra 194, a confronto, rimane un baluardo a difesa dei diritti delle donne, anche se le crepe non mancano.
Ci ha fatto uscire dalla piaga della clandestinità. I giornali dell’epoca parlarono di rivoluzione. «È vero» conferma il professor Sandro Vigilino, presidente nazionale dell’Associazione ginecologi territoriali. «La legge è stata il frutto di un grande compromesso tra i partiti, che capirono le esigenze della società e diedero il via libera a una delle norme migliori al mondo, perché tutela madre, medico e feto. La donna è stata resa protagonista: è lei a scegliere l’interruzione e lo specialista verifica solo la fattibilità medica. È previsto un colloquio con lo psicologo, poi si ha una settimana di tempo per decidere, e solo dopo il medico rilascia il certificato con il via libera all’intervento, che si può fare chirurgicamente entro 90 giorni credo servano modifiche. Piuttosto. Visto l’aumento degli obiettori, sta diventando difficile applicarla in tutta Italia. Rimangono dei paradossi: per esempio non si comprende come mai l’aborto chirurgico si faccia in day hospital e quello farmacologico con 3 giorni di ricovero: la RU 486 è osteggiata dai medici stessi per disinformazione e pregiudizi, viene ritenuta meno sicura, contro ogni ragione scientifica».
In alcune regioni è impossibile trovare dottori disponibili. Sono in aumento i ginecologi obiettori, l’80% del totale, con un +13% dal 2008 e tante Regioni da bollino rosso: in Basilicata l’88% dei medici è contrario, in Molise il 93. Il significato e la conseguenza di queste percentuali si capiscono ascoltando la storia di Veronica C., 27enne di Bari. «A maggio dell’anno scorso la mia vita è crollata in 2 settimane: ho perso il lavoro e il mio compagno mi ha lasciata, trasferendosi all’estero. Quando ho scoperto di essere incinta, ho sentito subito che non ce l’avrei fatta a prendere cura di un figlio. Non ci ho dormito per giorni e sono andata dal ginecologo. Mi ha liquidata in un minuto dicendomi che era obiettore e mi ha spedita da un collega, che ha rimandato la visita 3 volte. Sono corsa in consultorio, ma per trovare posto in ospedale ho chiesto a 2 strutture e ho aspettato un mese. Sono stati i giorni peggiori della mia vita: alla fine ho abortito l’ultima settimana disponibile e ho vissuto tutto come un automa. Non ricordo quasi nulla ma con quel calvario, oltre al bimbo, quel giorno se ne è andato un pezzo di me. Situazioni come quelle denunciate da Veronica sono molto frequenti. Lo conferma Michele Mariano, ginecologo del Cardarelli di Campobasso, unico non obiettore del Molise: «Eseguo 400 aborti all’anno, arrivano donne anche dalla Puglia e Campania. Mi occupo di ogni aspetto dall’Ivg, l’interruzione volontaria di gravidanza, dalla visita al colloquio psicologico, anche se non ho competenze. Se ho problemi sono io a risponderne, se ho dubbi nessuno mi aiuta: è logorante. E cosa succederà quando andrò in pensione? Il problema va risolto a livello nazionale: bisognerebbe obbligare le strutture a riservare più posti ai medici non obiettori, quando fanno concorsi e assunzioni».
I consultori non hanno finanziamenti per i colloqui previsti. Rosa ha 65 anni ed è stata una delle prime a vivere l’esperienza dell’aborto legale, a Bologna. La sua storia, anche se lontana nel tempo, è ancora molto simile a quella di tante donne. «Era il 1979 e un rapporto occasionale mi ha catapultato nel mondo della maternità. Non ero pronta e non avrei cambiato idea, però non ho mai parlato con uno psicologo. Quando sono iniziate le nausee, mi sono sentita un’assassina. E ho continuato a sentir mici il giorno dell’intervento, ricoverata insieme a donne con parti difficili che lottavano per il proprio figlio mentre io me ne liberavo. Sono diventata poi una psicologa ma non una madre. Col tempo, ho capito che l’aborto è un lutto, una ferita che nessuno mi aveva aiutata a rimarginare e che sanguina ancora». La mancanza di assistenza emotiva è ancora uno dei grandi nodi irrisolti della 194, che invece la prevede per legge. «Faccio la ginecologa al San Giovanni di Roma e in un consultorio» spiega Cristina Damiani. «In ospedale c’è uno psicologo per tutta la struttura, al consultorio l’ultimo è andato in pensione. Non c’è assistenza né prima né durante né dopo l’Ivg. Il colloquio spetterebbe ai consultori, ma non hanno più fondi. Nel 2018 non può succedere che una ragazza arrivi per abortire, si senta chiedere se non è capace di usare la pillola e sia trattata con indifferenza».
Il numero delle interruzioni di gravidanza sta diminuendo. Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute, nel 2016 le Ivg sono state 84.926, il 12% in meno rispetto al 2015. Nel 1982 erano 3 volte tanto. L’identikit di chi fa questa scelta? Ha tra i 25 e i 34 anni, vive soprattutto al Nord, possiede un diploma ma non sempre un lavoro, non è sposata- «La diminuzione è legata a 2 attori» precisa Sandro Viglino. «Il primo è una maggiore consapevolezza sul fronte della contraccezione: anche se l’Italia rimane il fanalino di coda dell’Unione europea sull’uso degli anticoncezionali, il quadro è migliorato negli ultimi anni. Il secondo riguarda 2 novità: nel 2015 è arrivata da noi la pillola dei 5 giorni dopo (il farmaco che blocca il concepimento interrompendo l’ovulazione, ndr), che le maggiorenni acquistano senza ricetta. E nel 2016 l’Agenzia del farmaco ha annullato l’obbligo della ricetta, sempre per le over 18, anche per la pillola del giorno dopo, che va presa invece entro 72 ore dal rapporto a rischio».

 

Aborto, in Irlanda trionfa il sì alla legalizzazione (ANSA)
Referendum passa a valanga con il 66,4%
Il "sì" all’aborto in Irlanda vince con il 66,4%, mentre il "no" si attesta al 33,6%. Lo riferiscono i media irlandesi annunciando i risultati definitivi della consultazione.
Il movimento anti-abortista irlandese ha ammesso la sconfitta al referendum. Lo ha reso noto il portavoce della campagna ’Save The 8th’, John McGuirk.
Un giorno "storico", agli occhi di molti. Di sicuro un passaggio destinato a segnare un’epoca tanto per i vincitori quanto per gli sconfitti, e soprattutto per le donne. L’Irlanda, terra di secolari radici cattoliche incamminata sulla scia del resto d’Europa verso la secolarizzazione, ha deciso oggi a larghissima maggioranza in favore dell’aborto libero in un referendum che ha diviso la sua gente, ma certo non a metà.
Un voto per voltare pagina insomma, che suggella il trionfo del fronte favorevole all’abrogazione dell’articolo 8 della Costituzione, sulla tutela della vita del nascituro, introdotto nel 1983 per cementare il divieto di fatto dell’interruzione della gravidanza, salvo casi eccezionali di pericolo diretto per la vita della madre. Un divieto che per anni aveva significato viaggi all’estero a migliaia per chi voleva abortire.

 

 

 

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