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Pari e Uguali aps
Associazione di promozione sociale per diffondere una cultura di parità
 


N° 023/2018  
FONTE: Focus Storia GIORNO E DATA: dicembre 2018
PAGINA: N° 146 da pag.24 a 29 AUTORE: Maria Leonarda Leone

 

 

Si chiamava Lucrezia, ma come nome d’arte aveva scelto Imperia, “l’imperatrice delle più belle”

L’honesta IMPERIA

Storia della cortigiana più celebre della Roma del ‘500, amante e musa di artisti, nobili, cardinali.
Donna bellissima, ma anche colta e raffinata.

 

Il rumore dei carri e delle carrozze e il vociare sempre più intenso che salivano dalla strada la costrinsero ad aprire gli occhi. Quella città diventava ogni giorno più chiassosa e invivibile, persino in quel quartiere. Si era trasferita lì da un annetto, ma ormai neppure la bellezza del suo lussuoso appartamento in via Giulia, non lontano da Campo de’ Fiori, la confortava più. “Non era colpa di Roma. Non soltanto, almeno”, pensava Lucrezia Cognati. Era la sua vita che le era diventata intollerabile: la vita della cortigiana più amata della Roma rinascimentale, amante e musa di numerosi artisti e letterati del XVI secolo. La cortigiana che tutti conoscevano col nome d’arte di Imperia.
FIGLIA D’ARTE. Scivolò giù dal letto e cominciò la toeletta quotidiana, tipica di tutte le sue colleghe: con un tovagliolo dilino si strofinò i denti, poi si sciacquò la bocca e, quando entrarono le serve per farli il bagno, il turbamento del risveglio si sciolse nell’aroma fiorito dell’acqua. Indugiò a lungo nella vasca, poi si tirò su e le donne si affrettarono ad asciugarla, a limarle le unghie e a profumarla. Imperia si osservò allo specchio, aveva compiuto trentuno anni il 3 agosto 1512, “nove giorni fa”, calcolò.
Presto nessuno l’avrebbe più desiderata, nessuno avrebbe cercato i suoi favori di giorno e il suo corpo di notte. Persino il suo Agostino si era trovato un’amante più giovane. Sarebbe tornata presto a essere una Lucrezia qualunque, sarebbe finita a fare l’affittacamere in una bettola o, peggio, la lavandaia. Oppure a chiedere l’elemosina sui gradini di una chiesa. Quante se ne vedevano di sfortunate così, in giro! Non fosse stato per lei, probabilmente anche sua madre, Diana Cognati, avrebbe fatto quella fine.
Cortigiana a sua volta, la donna aveva visto, in quel fagottino rosa che la levatrice le aveva posto tra le braccia il 3 agosto 1481, la garanzia di una buona pensione: scelse infatti di avviare la figlia al suo stesso mestiere.
Sul finire del Quattrocento, la loro casa di piazza Scossavalli diventò così il salotto della giovane Lucrezia: qui, a quattordici anni, perse la verginità. Il suo primo cliente, un giovanotto ricco quanto sprovveduto, venne spennato in meno di un mese. E mentre la madre e il patrigno investivano il denaro acquistando immobili e terreni, lei metteva al mondo una figlia col suo stesso nome: Lucrezia. Ma nel frattempo si dava da fare per farsi una cultura da prostituta “honesta”.
STUDIA, FANCIULLA! Cos’avevano le “honeste” che le altre non avevano? Dovreste chiederlo a Johannes Burckardt, maestro di cerimonie di papa Alessandro VI, che questa definizione se l’era inventata per distinguere tutte le meretrici dotate di buone maniere e di un certo livello culturale che spesso bazzicavano anche la corte papale. Una “honesta” era in grado di conversare amabilmente e di intrattenere i propri selezionatissimi clienti con piccanti doppi sensi, recitando antichi versi o suonando. Molte di loro, inoltre, usavano un nome d’arte, che richiamava la classicità greca o latina.
«Diventare meretrix honesta era l’aspirazione massima per alcune prostitute, che arrivavano a fregiarsi di quel titolo per farsi pubblicità e per garantire ai clienti un certo tipo di intrattenimento», scrive Cinzia Giorgio nel saggio Storia erotica d’Italia (Newton Compton). Ma richiedeva studio e impegno. Come si accorse presto Lucrezia, affidata agli insegnamenti di Nicolò Campani, letterato e giullare di corte. Metà poeta e metà buffone, questo senso non era molto apprezzato dagli umanisti dell’epoca, ma per Lucrezia era stato un buon maestro.
Oltre alle lettere, infatti conosceva bene anche le corti, l’ambiente in cui la discepola avrebbe trovato i migliori clienti. Tant’è che, poco più che ventenne. Lucrezia era già una delle cortigiane più amate di Roma. La prima fra le quasi 7mila prostitute dell’Urbe (in media una ogni dieci abitanti). Da allora erano passati una decina d’anni. Imperia si riscosse dai suoi pensieri. Doveva sbrigarsi: era domenica e non poteva far tardi alla messa.
IN CHIESA IN PRIMA FILA. Con sapienza si sparse un po’ di rosso sulle guance, mentre le serve la aiutavano a mettere uno dei suoi preziosi abiti di seta e le perle tra i capelli biondi. Sull’abito scollatissimo indossò due catene d’oro. Era pronta. Scese in strada e in capo a pochi minuti si raccolse intorno a lei un nugolo di ammiratori. “Imperia girati, ti prego”, “Imperia guardami…”. Ma Imperia non guardava nessuno: il vecchio trucco delle cortigiane. Passeggiava altera e tranquilla, diretta alla chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio, dove si raccoglieva la maggior parte delle sue colleghe.
Stavano tutte sulle panche in prima fila, loro riservate per non distrarre i fedeli. “Le cortigiane erano assidue frequentatrici di chiese, dato che era anche questa un’eccellente forma di pubblicità, forse la migliore”, scriveva l’autrice britannica Georgina Masson nel suo saggio Cortigiane italiane nel Rinascimento. E, anziché essere viste di malocchio dalle autorità ecclesiastiche, le loro visite erano benaccette, “perché la loro presenza serviva a riempire le chiese”.
Mentre il prete parla, Imperia vaga con la mente ai suoi amanti e spasimanti: Tommaso Inghirami, il bibliotecario del papa, un omone che dopo un litigio buttò giù la porta che lei gli aveva sbattuo in faccia; il suo Porzio, cioè l’arcivescovo Camillo Porcari, professore di retorica all’università; il cardinale e vescovo di Carpentras Giacomo Sadoleto; il poeta Bernardino Capella, grande conoscitore dei classici, che della loro frequentazione aveva tratto ispirazione per alcune scollacciate composizioni in versi.
E ancora: Fasusto Evangelista Maddaleni Capodiferro, un altro fissato con gli epigrammi piccanti; l’umanista Angelo Colucci (futuro tesoriere pontificio), che le aveva donato una statuina d’oro di Venere e le aveva suggerito il nome d’arte d’Imperia, l’imperatrice delle più belle, paragonabile solo alla dea della bellezza. Risaliva a non più di 4 anno prima la frequentazione con il pittore Raffaello Sanzio, suo coetaneo: pare che un giorno si fosse lasciato prendere dalla furia e dallo sconforto, gridando che non avrebbe mai finito Il Trionfo di Galatea se Imperia non avesse posato per lui.
Qualcuno diceva anche che lei si fosse innamorata dell’artista, che invece l’aveva soppiantata con la celebre Fornarina. Questi e tanti altri erano accorsi nel suo salotto, tra tappezzerie di broccato e velluto intessuto d’oro, mobili preziosi e tappeti pregiati. Il lusso che la circondava era tale che, come riferì l’ambasciatore di Ferrara in una lettera al cardinale Filippo d’Este. L’ambasciatore spagnolo Enriques de Toledo che era andata a farle visita aveva finito per sputare in faccia al suo servo per non sporcarle casa: “Non te la prendere, ma qui non c’è nulla di più brutto del tuo viso!”, gli aveva detto.
LUSSO ESTREMO. Imperia aveva messo da parte una piccola fortuna investendo i frutti del suo lavoro. Non solo: godeva di innumerevoli attenzioni da parte dei suoi ammiratori, che le donavano guanti di velluto, anelli, vesti greche, pantofole d’oro, lini, profumi. Alle spese più onerose, poi, pensavano i suoi ricchi amanti. Per uno di loro perse davero la testa: il cavaliere Angerlo del Bufalo, un patrizio romano sposato alla sorella di un futuro cardinale. Fu il suo grande amore, ma non ricambiato: senza pensarci troppo, nel 1508, lui cedette spontaneamente ad Agostino Chigi il proprio posto nel letto di Imperia.
Molte cortigiane avrebbero desiderato un amante come quel banchiere senese: all’epoca quarantatrenne, era uno degli uomini più ricchi del suo tempo. Le aveva regalato una casa più bella della precedente, l’aveva aiutata a superare la lontananza della figlia Lucrezia, mandata nel convento di Santa Maria in Campo Marzio, perché venisse educata come “una casta e modesta vergine”, e, due anni dopo le aveva dato un’altra figlia, Margherita, che aveva riconosciuto e preso con sé. Eppure oggi nessuna ricchezza può consolare Imperia: tutti la desideravano, ma quanti l’amavano? “Non Angelo del Bufalo, Raffaello Sanzio o Agostino Chigi, troppo impegnati con le loro nuove giovani fiamme”, si rispose da sola la cortigiana.
ADDIO, MONDO. Quella notte Imperia rimase sola in camera da letto. La mattina dopo, verso mezzogiorno, entrando nella sua stanza le serve la trovarono agonizzante. Due giorni dopo essersi avvelenata, il 15 agosto, morì sul comò aveva lasciato il testamento: a parte qualche donazione, aveva designato la figlia Lucrezia unica erede dell’intero patrimonio. Uno degli epigrammi scritti per l’occasione da uno dei suoi ammiratori recitava così: “Due dei avevano dato a Roma due grandi doni: Marte l’impero, Venere Imperia. (…) Piansero l’impero i padri, noi pure questa piangemmo: quelli persero l’impero, noi abbiamo perduto il cuore”.

 


 

 

 

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